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IL FESTIVAL DELLA SCRITTURA [10 GIUGNO-18 GIUGNO 2010]

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Messaggio Da Ospite il Gio 17 Giu 2010, 11:20

La Luna e i Falò”


Cesare Pavese





C'è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in
Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c'è da queste parti una casa
né un pezzo di terra né delle ossa ch'io possa dire "Ecco cos'ero prima di nascere". Non so se vengo
dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli
scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei
padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne
da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato
abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che
uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri
qualcosa di più che un comune giro di stagione.
Se sono cresciuto in questo paese, devo dir grazie alla Virgilia, a Padrino, tutta gente che non c'è
più, anche se loro mi hanno preso e allevato soltanto perché l'ospedale di Alessandria gli passava la
mesata. Su queste colline quarant'anni fa c'erano dei dannati che per vedere uno scudo d'argento si
caricavano un bastardo dell'ospedale, oltre ai figli che avevano già. C'era chi prendeva una bambina
per averci poi la servetta e comandarla meglio; la Virgilia volle me perché di figlie ne aveva già
due, e quando fossi un po' cresciuto speravano di aggiustarsi in una grossa cascina e lavorare tutti
quanti e star bene. Padrino aveva allora il casotto di Gaminella - due stanze e una stalla -, la capra e
quella riva dei noccioli. Io venni su con le ragazze, ci rubavamo la polenta, dormivamo sullo stesso
saccone, Angiolina la maggiore aveva un anno più di me; e soltanto a dieci anni, nell'inverno
quando morì la Virgilia, seppi per caso che non ero suo fratello. Da quell'inverno Angiolina
giudiziosa dovette smettere di girare con noi per la riva e per i boschi; accudiva alla casa, faceva il
pane e le robiole, andava lei a ritirare in municipio il mio scudo; io mi vantavo con Giulia di valere
cinque lire, le dicevo che lei non fruttava niente e chiedevo a Padrino perché non prendevamo altri
bastardi.
Adesso sapevo ch'eravamo dei miserabili, perché soltanto i miserabili allevano i bastardi
dell'ospedale. Prima, quando correndo a scuola gli altri mi dicevano bastardo, io credevo che fosse
un nome come vigliacco o vagabondo e rispondevo per le rime. Ma ero già un ragazzo fatto e il
municipio non ci pagava più lo scudo, che io ancora non avevo ben capito che non essere figlio di
Padrino e della Virgilia voleva dire non essere nato in Gaminella, non essere sbucato da sotto i


noccioli o dall'orecchio della nostra capra come le ragazze.





La Patente”


Luigi Pirandello





- Ebbene, all'avvocato Manin Baracca io, Rosario Chiàrchiaro, io stesso sono andato a fornire le
prove del fatto: cioè, che non solo mi ero accorto da più d'un anno che tutti, vedendomi passare,
facevano le corna, ma le prove anche, prove documentate e testimonianze irrepetibili dei fatti
spaventosi su cui è edificata incrollabilmente, incrollabilmente, capisce, signor giudice? la mia
fama di jettatore!
- Voi? Dal Baracca?
- Sissignore, io.
Il giudice lo guardò, più imbalordito che mai:
- Capisco anche meno di prima. Ma come? Per render più sicura l'assoluzione di quei
giovanotti? E perché allora vi siete querelato?
Il Chiàrchiaro ebbe un prorompimento di stizza per la durezza di mente del giudice D'Andrea; si
levò in piedi, gridando con le braccia per aria:
- Ma perché io voglio, signor giudice, un riconoscimento ufficiale della mia potenza, non
capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza spaventosa, che è
ormai l'unico mio capitale!
E ansimando, protese il braccio, batté forte sul pavimento la canna d'India e rimase un pezzo
impostato in quell’atteggiamento grottescamente imperioso.
Il giudice D'Andrea si curvò, si prese la testa tra le mani, commosso, e ripeté:
- Povero caro Chiàrchiaro mio, povero caro Chiàrchiaro mio, bel capitale! E che te ne fai? che te
ne fai?
- Che me ne faccio? – rimbeccò pronto il Chiàrchiaro. - Lei, padrone mio, per esercitare codesta
professione di giudice, anche cosi male come la esercita, mi dica un po', non ha dovuto prender la
laurea?
- La laurea, si.
- Ebbene, voglio anch'io la mia patente, signor giudice! La patente di jettatore. Col bollo. Con
tanto di bollo legale di jettatore patentato dal regio tribunale.
- E poi?
- E poi? Me lo metto come titolo nei biglietti da visita. Signor giudice, mi hanno assassinato.
Lavoravo. Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov’ero scritturale, con la scusa che, essendoci io,
nessuno più veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a una strada, con la moglie
paralitica da tre anni e due ragazze nubili, di cui nessuno vorrà più sapere, perché sono figlie mie;
viviamo del soccorso che ci manda da Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia anche lui,
quattro bambini, e non può fare a lungo questo sacrifizio per noi. Signor giudice, non mi resta altro
che di mettermi a fare la professione del jettatore! Mi sono parato così, con questi occhiali, con
quest’abito; mi sono lasciato crescere la barba; e ora aspetto la patente per entrare in campo! Lei mi
domanda come? Me lo domanda perché, le ripeto, lei è un mio nemico!
-Io?
Sissignore. Perché mostra di non credere alla mia potenza! Ma per fortuna ci credono gli altri, sa?
Tutti, tutti ci credono! E ci son tante case da giuoco in questo paese! Basterà che io mi presenti; non
ci sarà bisogno di dir nulla. Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare attorno a tutte
le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice
dell'ignoranza? io dico la tassa della salute! Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto
odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d'aver ormai in questi occhi la
potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!
Il giudice D'Andrea, ancora con la testa tra le mani, aspettò un pezzo che l’angoscia che gli
serrava la gola desse adito alla voce. Ma la voce non volle venir fuori; e allora egli, socchiudendo
dietro le lenti i piccoli occhi plumbei, stese le mani e abbracciò il Chiàrchiaro a lungo, forte forte, a
lungo.
Questi lo lasciò fare.
-Mi vuol bene davvero? – gli domandò.- E allora istruisca subito il processo, e in modo da farmi
avere al più presto quello che desidero.
- La patente?
Il Chiàrchiaro protese di nuovo il braccio, batté la canna d’India sul pavimento e, portandosi
l’altra mano al petto, ripeté con tragica solennità:


La patente

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Messaggio Da Ospite il Gio 17 Giu 2010, 11:28

So che vi avevo promesso anche la novella di Boccaccio, ma è troppo lunga per inserirla in un post

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Messaggio Da Ospite il Gio 17 Giu 2010, 15:16

Letto tutto, molto sentito( come diceva la mara ) Lucy: dipinti come le donne del Risorgimento ? O Rinascimento ? Sembri uno dei tuoi personaggi, sei fortissima, è uno spasso leggere questa storia, e te lo dice una che legge molto: in te c'è una vena ironica che rende chiarissima e trasparente la lettura..
E Alux? Sensibile, anche lei trasparente come un velo che non chiude ma protegge e si solleva sull'interiorità: brava! IL FESTIVAL DELLA SCRITTURA [10 GIUGNO-18 GIUGNO 2010] - Pagina 4 655206

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Messaggio Da Ospite il Gio 17 Giu 2010, 21:00

"Il diario e il telecomando tv"

Cantastorie


Se nelle tribù della savana, la sfida per diventare adulti consisteva nell’affrontare da soli le insidie della foresta, lontani dal villaggio e dalla solidarietà di coetanei e di adulti, la sfida contemporanea per diventare adulti non è avere le chiavi di casa, o i calzoni lunghi o una propria camera, bensì consiste nella supremazia sul telecomando-tv.
Eppure il telecomando tv è un’invenzione relativamente recente, io l’associo con l’arrivo della televisione a colori, della tv locale prima e commercial/nazionale poi (in rigorosa differita e senza tg).
Il telecomando tv cominciò a circolare nelle case italiane alla fine degli anni settanta e il suo apparire coincise con la tv a colori e con il proliferare di tv locali.
Noi continuavamo ad avere la tv in bianco e nero, da pochi anni in soggiorno, dopo che per anni aveva troneggiato in salotto.
Quel televisore aveva una manopola per il cambio canale, bisognava alzarsi da poltrona-divano, avvicinarsi alla tv e manipolare. Cambiare canale per anni era stato assegnato al più piccolo in casa o a colui/colei che era già in giro per casa e passando le si intimava “metti sul due…sul tre…su basta” su uno, su due e sul tre.
A capodanno del 1978 fece l’ingresso da protagonista la prima tv a colori in casa con al seguito un telecomando grigio topo multi/bottonato: una volta seduti, non c’era quindi scampo: restare seduti senza nemmeno l’occasione scusa di cambiar canale.

Ci furono dei mesi cruciali in cui il televisore/telecomando divenne un coprotagonista della vita familiare: sono i mesi che vanno dal marzo all’ottobre 1978.
• Rapimento e uccisione di Aldo Moro
• Sequestro e uccisione di Peppino Impastato
• Dimissioni del presidente della repubblica Leone per “campagna di stampa” senza prove
• Elezione di Pertini a presidente della repubblica
• Morte di Paolo VI
• Elezione di Papa Luciani
• Morte di Papa Luciani
• Elezione di Papa Woytila

Mio fratello 24enne, insieme ad altri coetanei, nella sezione giovanile del Pci, s’occupava di un giornalino di satira-denuncia che si chiamava “Aria” e veniva stampato in una tipografia del paese su carta ruvidissima-stropicciata (non ho piu’ rivisto quel tipo di carta dopo quell’anno) e tra quei coetanei c’era anche Galluzzo che avrebbe poi lavorato come redattore nel giornale mensile “I siciliani” di Pippo Fava, ucciso dai Santapaola qualche anno dopo, l’unico giornalista del catanese ad esser vittima di mafia.
Dopo il sequestro Moro, furono emanate delle leggi straordinarie che ampliavano i poteri della polizia giudiziaria, aumentando i termini del fermo di polizia, autorizzando perquisizioni in luoghi di ritrovo pubblico (associazioni e sedi di partito ne sanno qualcosa) e quel giornalino, le riunioni di redazione di quel giornalino, quella tipografia diventarono un luogo controllato dalle forze dell’ordine locali.
Nei mesi che seguirono l’erogazione di quelle leggi d’emergenza anti-terrorismo, dopo il sequestro Moro per evitare irruzioni o interruzioni della polizia giudiziaria le riunioni di redazione cominciarono a tenersi in casa mia: due sere a settimana mio fratello prendeva praticamente possesso dei locali di casa e con quel gruppo di coetanei, liberato il tavolo del soggiorno, mettevano là pilate di giornali quotidiani, di riviste, di manifestini-volantini e il televisore costantemente sintonizzato su qualunque canale tv trasmettesse tg.
Il telecomando tv diventò in quelle sere un oggetto de-potenziato.
Mio padre acconsentì a quell’invasione domestica perché penso che una casa privata avrebbe protetto e tenuto lontani i guai e impose un unico divieto a mio fratello e company: non dovevano organizzare qui in casa alcuna manifestazione pubblica, non potevano mettere alcuno stendardo-bandiera- segnale che indicasse all’esterno che qui c’era un’attività pubblico-politica e ….non potevano fare riunioni con la compresenza di Adulti partito. Un’altra cosa: avevano solo il soggiorno come stanza in cui stare tutt’insieme…niente avanti e indietro e movimenti da “coppietta” tra le camere e il soggiorno.
Non siamo mai usciti di casa noi famiglia mentre c’erano quelle riunioni-redazione….e mio fratello bofonchiava per questo, ma inutilmente. La regola paterna era quella: usi casa per evitare guai ma non è uno sfratto familiare a tuo uso e consumo.

E’ strano forse: mentre mio fratello stentava a rispettare queste regole, gli altri coetanei che venivano a quelle riunioni avevano verso noi e soprattutto verso mio padre un atteggiamento di gratitudine-riconoscenza: l’aprire la porta di casa evitava loro di stare sul “chi va là” durante quelle riunioni: avrebbero infatti dovuto come minimo metter due ragazzi fuori la porta –della sede per controllare-avvisare se c’erano “guai in vista” e i guai in vista potevano essere sia quelli della polizia che quelli dell’altro versante: mio fratello è l’unico in famiglia ad avere selezionato gli amici in base alle idee politiche ma in quel periodo era pressoché inevitabile: tutt’ora abbondantemente adulto, se penso alla cerchia di amici che ha, intendo amici veri, non credo ce ne sia nessuno che abbia idee politiche molto lontane dalle sue anche perché nonostante il mondo sia cambiato e parecchio da quegli anni, la sua idea di fondo è rimasta fedele a se’ stessa….credo siano almeno 10 anni che non va a votare perché non si rivede nello “specchio” come dice lui, ossia non riesce ad affidare la sua delega-rappresentanza fiduciosamente.

Questa situazione, delle riunioni bisettimanali serali di redazione in casa, durò qualche mese, fino agli inizi dell’ estate 78: una sera di fine giugno, nel pieno dell’ennesima riunione di redazione, in cui come al solito si dimenavano per la scelta del titolone da prima paginetta, suonarono insistentemente alla porta.
Pensando fosse qualcuno di quei ragazzi in perenne ritardo chiesi io, la piccola di casa:
“chi è?”
“Aprite! Digos” che era come dire “aprite, Dalla Chiesa” nella mia mente di ragazzina.
Io balbettai un “sorpresissimo: “aspetti che chiamo mio padre” .

Il signor Digos disse: “Documenti”
e i suoi uomini si sparpagliarono per casa guardando tutti come se fossimo dei brut’assassini invece che dei ragazzi che s’animavano per un giornalino di paese.
Alcuni non avevano i documenti d’ identità con sé, altri li avevano. Ma non fece alcuna differenza. Il signor Digos disse:
“tanto andiamo comunque tutti in commissariato per accertamenti del caso” e il materiale presente in questa casa è tutto sequestrato” .

Sequestrarono anche i miei quaderni di scuola: di seconda media…Soprattutto sequestrarono il mio diario, cosa che mi mandò su tutte le furie. Fino al momento in cui presero e portarono via quel diario me ne stavo ammutolita nell’angolino come uno spettatore ma quando presero quel diario è come se m’avessero violato l’anima. “E’ mio quello, non lo tocchi..cosa c’entra il mio diario con questa storia!”.
Il telecomando tv non lo guardarono nemmeno, Restò intatto là dove stava di solito, dentro un enorme posacenere ovale a fianco del divano.
Non dovevano accertare nulla in merito al telecomando, eppure sarebbe bastato controllare Cosa guardavano quei ragazzi alla tv per rendersi conto che non avevano alcun idea eversivo/militaristica. Ma niente, la legge diceva che bisognava controllare a tappeto, che ogni associazione o gruppo in riunione poteva simulare-nascondere attività eversive e ..il mio diario finì tra il materiale “potenzialmente pericoloso”.

A notte fonda, rimandarono a casa mia madre e me con altri due-tre coetanei di mio fratello che dimostrarono essere a quella riunione solo per amicizie incrociate – non erano parte di quella redazione di ragazzi e non avevano nemmeno la tessera Fgc.
Mio padre, mio fratello e una decina di co/redattori no…loro restarono in Commissariato per accertamenti e chiarimenti. Più volte mio padre e mio fratello hanno rammentato quei giorni in seguito.
Il signor Digos interrogò separatamente mio padre e mio fratello chiedendo a mio padre se per caso non fosse impazzito o se per caso non fosse lui stesso il fautore di quelle riunioni-redazione giornalino. E mio padre replicò che fare quelle riunioni di ragazzi in sede partito equivaleva ad esporre – quei ragazzi – ad una sorta di fuoco incrociato: o da parte di estremisti opposti” o da parte di quelle azioni in deroga alla legge, alla libertà di associazione e alla libertà di stampa…sancite dalla Costituzione.
Il signor Digos replicò :“Siamo sotto attacco, in una situazione di emergenza e ci sono regole-deroga che servono per difenderci”e soprattutto difendere il vivere civile”.
Ogni volta che mi viene in mente, risento il vocione profondo di mio padre e il suo sguardo fisso verso l’interlocutore:
“Difendersi dalle parole scritte su un giornalino di paese? Ma li ha visti quei ragazzi? Se solo avessi il minimo sospetto che fossero violenti o che istigassero a qualcosa che ha a che fare con la violenza ma le pare che li farei riunire in casa mia? Guardi che il mio ragazzo vive in casa mia, non per conto suo….non fa quel che gli pare fuori casa e usa casa come un covo-nascondiglio in cui tramare contro lo Stato. Sì, magari farnetica, favoleggia di uno Stato meno vincolante sui singoli, in cui il collettivo conti piu’ dell’individuale…ma da questo a seminare odio, piazzare bombe, andare armato in giro, azzuffarsi coi fascisti ce ne corre. Quel ragazzo semplicemente ha idee comuniste, non è un delinquente terrorista. Ma possibile che non sappiate distinguere tra le due cose!!”.

Il signor Digos trattenne tutti in commissariato fino alla sera..mentre mia madre telefonò ad una collega che aveva il marito penalista – l’unico penalista che in qualche modo conosceva – e il penalista andò in commissariato e ribadì quello che diceva la legge ..anche straordinaria: il fermo di polizia non può protrarsi oltre le 48 ore, Oltre quel tempo occorreva un’imputazione per trattenere i fermati ancora in commissariato o in galera.
Il penalista chiese più volte “ l’imputazione commissario, non la trovarono…l’imputazione da reato.
Io a casa guardavo la tv aspettando che il signor Digos riconoscesse il granchio e mentre guardavo la tv, odiavo il telecomando tv che era rimasto indenne dal sequestro-materiale e pensavo a quegli estranei che potevano sfogliare e leggere i miei pensieri; potevano perché quella deroga alle libertà personali glielo permetteva: altrimenti col cavolo avrebbero potuto prendersi e portarsi via il mio diario, da casa mia.
Mio padre fu rilasciato la sera dopo i fatti e per la prima volta in vita sua passò mezza nottata e un giorno in un commissariato di polizia come sospettato di fiancheggiamento d’attività eversiva. Mio fratello e gli altri coetanei/redattori fermati furono rilasciati il giorno successivo con lo stesso Sospetto per il fermo di polizia: il signor Digos scrisse nel registro/casellario giudiziario le sue motivazioni e quelle due notti in commissariato finirono nel documento penale di mio fratello. Per cinque anni. Poi quella nota fu cancellata, per prescrizione, credo.
Il mio diario tornò coi miei quaderni di scuola a casa la settimana ancora dopo. Chiamarono mia madre per andare a ritirare gli oggetti-libri di casa che avevano portato via la sera dell’irruzione in casa.
Non saprò mai se quel diario fu violato, se fu aperto o letto, o se fu lasciato-dimenticato nello stesso scatolone in cui se lo portarono via.
So che da quella volta, i miei pensieri personali li scrivo sì ancora oggi, ma li nascondo agli occhi-mani altrui. Sono i miei.
Il telecomando tv può restare in bella vista e non essere oggetto di indagini e sospetti o dello sguardo indiscreto altrui, i miei pensieri no, nessuno ha il permesso di violarli, neanche con una deroga di legge speciale. Solo io posso dar accesso o negarlo.

Lo stesso Stato che s’era preso per una settimana il mio diario scolastico/personale una ventina di giorni dopo elesse un ottantenne, dalla dialettica risoluta e stentorea, che sembrava decidesse da sé come comportarsi, senza seguire protocolli e ingessature burocratico/formali: io non ho conosciuto i miei nonni e quell’omino smilzo non aveva né figli né nipoti. Lo chiamai Nonno istintivamente e nonno è rimasto anche in seguito per me. Se con quel telecomando tv beccavo la sua immagine per me significava “fermati e ascolta nonno” e non c’è stata volta che mi abbia deluso, nonno: se io pensavo fosse giusto arrabbiarsi e pretendere: lui là pretendeva. .Se c’era da compartecipare e commuoversi, lui era là a compartecipare e commuoversi. Se c’era da gioire, c’era la gioia di vivere in ogni ruga. Non c’è stato prima e non c’è stato dopo nessuno con cui abbia sviluppato uno spirito di identificazione pari a quello con nonno Pertini. A lui l’avrei regalato volentieri il mio diario, lui sì che poteva prenderlo. Aveva la mia piena fiducia ed approvazione.
Ad Agosto andò via un Papa malato e con la vocina flebile, che ai miei occhi di ragazzina sembrava sì una brava persona ma senza carisma-trascinamento. No non mi sarebbe piaciuto averlo come nonno.
Ne scelsero uno nuovo, di Papa, che faceva pensare a qualcosa di genuino, dolce, comprensivo ma nell’arco di un mese, neanche il tempo per consolidare empatia …morì.
A metà ottobre, il telecomando tv ogni sera prima di cena si bloccava su quel comignolo vaticano e quando uscì fumata bianca mia madre disse:”vedrete che eleggeranno uno giovane e forte stavolta”. Quel nome di cardinale pieno di vocali uoitiua ci suonò africano e mio fratello disse: “non lo faranno mai un papa non italiano, il vaticano e la chiesa sono Italia” e io “ma come fa un italiano a chiamarsi uotiua …questo non è italiano non può essere!”. Nonna disse: “si sono impazziti e l’hanno fatto africano nero!!”.
E mentre stavamo là a decidere da dove arrivasse, Vespa Bruno (già c’era lui) ci tolse il dilemma: “è il polacco…il cardinale polacco” E mio fratello “ uno della chiesa del silenzio, allora l’hanno scelto gli americani per far male all’Urss”.
Un Papa non può essere che italiano, se è nero è segno di pazzia dei cardinali, se è dell’est Europa l’hanno scelto gli americani. Niente, l’idea che quella fosse una figura di potere spirituale – che non ha a che fare coi poteri-divisioni del mondo ce l’avevo solo io che dissi “ se l’hanno fatto straniero vuol dire che con questo vogliono parlare non agli italiani o ai cristiani” finalmente un Papa in movimento e non una statua fissa.
Wojtila aveva la stessa età di mio padre e io lo chiamai papà-Papa (allora impazzavano i Barbapapà in tv ….). Avevo dei parenti in quei due ruoli importanti: un Papa-papà e un nonno. Cominciai a chiamarlo Papa-papà, non sapendo che nell’arco di un anno da allora il mio di papà non ci sarebbe stato più.
In pochi mesi, i due capi delle due autorità che mi riguardavano – una per lo Stato e l’altra per la religione – erano due uomini simili: non ostaggio del ruolo, ma che hanno messo quel ruolo a servizio delle loro idee, portandosele a spasso ovunque, con coerenza.
Spesso nel diario personale scrivevo di quei due e quando il telecomando tv li riprendeva non imbrigliati nella funzione – lontano dai discorsi ufficiali l’uno e da Angelus/Omelie l’altro – io pensavo: “Ok telecomando tv, con te in loro io vedo miei parenti, li sento affini, come affini sono i pensieri riversati su un diario, solo mio”.

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Messaggio Da Ospite il Gio 17 Giu 2010, 22:56

Che bravi! Complimenti a tutti quelli che stanno scrivendo sisi e a Giops che ci riporta questi lavori ok

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Messaggio Da Zoe il Gio 17 Giu 2010, 23:02

Che bel racconto Canta! Complimenti anche a te bravo bravo bravo
Siete tutti bravissimi sisi
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Messaggio Da Ospite il Ven 18 Giu 2010, 10:53

Poesie contro la Guerra”


Autori vari: Salvatore Quasimodo, Arthur Rimbaud, Apollinaire, Giuseppe Ungaretti





Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t'ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all'altro fratello:
"Andiamo ai campi". E quell'eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Salvatore Quasimodo (1901 – 1968)





L'addormentato della valle
E' una gola di verzura dove il fiume canta
impigliando follemente alle erbe stracci
d'argento: dove il sole, dalla fiera montagna
risplende: è una piccola valle che spumeggia di raggi.
Un giovane soldato, bocca aperta, testa nuda,
e la nuca bagnata nel fresco crescione azzurro,
dorme; è disteso nell'erba, sotto la nuvola,
pallido nel suo verde letto dove piove la luce.
I piedi tra i gladioli, dorme. Sorridente come
sorriderebbe un bimbo malato, fa un sonno.
O natura, cullato tiepidamente: ha freddo.
I profumi non fanno più fremere la sua narice;
dorme nel sole, la mano sul suo petto
tranquillo. Ha due rose ferite sul fianco destro.





Arthur Rimbaud (1854-1891)




Ombra
Rieccovi accanto a me
Compagni miei morti in guerra
Oliva del tempo
Ricordi che ormai fate un ricordo solo
Come cento pelli fanno una sola pelliccia
Come queste migliaia di ferite fanno un solo articolo di giornale
Impalpabile e buia apparenza avete preso
La forma instabile della mia ombra
Un indiano in agguato per l'eternità
E ombra mi strisciate accanto
Ma non mi sentite più
Non conoscerete più i poemi divini che canto
Mentre io vi sento vi vedo ancora
Destini
Ombra multipla il sole vi conservi
Voi che tanto mi amate da non lasciarmi mai
E che ballate al sole senza far polvere
Ombra inchiostro del sole
Scrittura della mia luce
Cassone di rimpianti
Un dio che si umilia.




Apollinaire (1880 – 1918)





Non gridate più
Cessate d'uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.
Hanno l'impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell'erba,
Lieta dove non passa l'uomo.

Giuseppe Ungaretti (1888 – 1970)







Il Balcone”


Charles Baudelaire





Madre delle memorie, amante delle amanti,
fonte d'ogni mia gioia e d'ogni mio dovere,
ricorderai le tenere nostre ebbrezze, davanti
al fuoco, e l'incantesimo di quelle lunghe sere,
madre delle memorie, amante delle amanti!

Le sere accanto al palpito luminoso dei ceppi,
le sere sul balcone, velate d'ombre rosee....
Buono il tuo cuore, e dolce m'era il tuo seno: oh, seppi
dirti, e sapesti dirmi, inobliabili cose,
le sere accanto al palpito luminoso dei ceppi.

Come son belli i soli nelle calde serate,
quanta luce nel cielo, che ali dentro il cuore!
Chino su te sentivo, o amata fra le amate,
alitar del tuo sangue il recondito odore.....
Come son belli i soli nelle calde serate!

Un muro era la notte, invisibile e pieno.
Io pur sapevo al buio le tue pupille scernere,
e bevevo il tuo fiato, dolcissimo veleno,
e i piedi t'assopivo, entro mani fraterne.
Un muro era la notte, invisibile e pieno.

Io so come evocare i minuti felici,
e rivivo il passato, rannicchiato ai tuoi piedi:
è infatti nel tuo mite cuore e nei sensi amici
tutta chiusa la languida bellezza che possiedi.
Io so come evocare i minuti felici...

O promesse, o profumi, o baci senza fine,
riemergerete mai dai vostri avari abissi,
come dal mare, giovani e stillanti, al confine
celeste i soli tornano dopo la lunga eclissi?
- O promesse, o profumi, o baci senza fine!





1 Settembre 1939”


W.H. Auden






Siedo in una delle bettole
della Cinquantaduesima strada
incerto e spaventato
vedendo scadere le astute speranze
d’un decennio basso e disonesto:
onde di rabbia e di paura
circolano per le luminose
e oscurate contrade della terra,
ossessionando le nostre vite private;
l’indicibile odore della morte
offende la notte di settembre.

Le ricerche degli esperti possono
riesumare intera l’offesa
che da Lutero ad oggi
ha fatto impazzire una cultura,
scoprire quello che successe a Linz,
quale immensa illusione ha creato
un dio psicopatico:
io e il pubblico sappiamo
quel che i bambini imparano a scuola,
coloro a cui male è fatto,
male faranno in cambio.

L’esule Tucidide sapeva
tutto quello che può dire un discorso
sulla Democrazia,
e quello che fanno i dittatori,
l’antiquato ciarpame che raccontano
a un apatico sepolcro;
egli analizzò tutto nel suo libro,
la ragione messa al bando,
il dolore che plasma l’abitudine,
il cattivo governo e il cordoglio:
tutto questo ci è inflitto un’altra volta.

In quest’aria neutrale
dove ciechi grattacieli usano
tutta la loro altezza a proclamare
la forza dell’Uomo Collettivo,
ogni lingua versa a gara
la sua scusa vana:
ma chi può vivere a lungo
in un sogno euforico;
essi guardano fuori dallo specchio
la faccia dell’imperialismo
e il torto intrenazionale.

Le facce lungo il bancone
s’aggrappano al loro giorno medio:
le luci non devono mai spegnersi,
la musica deve sempre andare,
tutte le convenzioni cospirano
perchè questa fortezza assuma
l’arredamento di casa;
perchè non vediamo dove stiamo,
persi in un mondo stregato,
bambini spaventati dalla notte
che mai felici sono stati o buoni.

Le idiozie di partito più vacue
che gridano le Persone Importanti
non sono radicali come il nostro
desiderio:quel che il folle Nijinsky
ha scritto su Diaghilev
vale per il cuore di tutti;
chè ogni donna e ogni uomo
nutre nelle fibre l’errore
di bramare quel che non può avere,
non l’amore universale,
ma d’avere per sè solo ogni amore.

Dal buio conservatore
gli ottusi pendolari entrano
nella vita etica,
ripetendo il voto mattutino:
” Sarò fedele a mia moglie,
mi concentrerò di più sul lavoro”,
e i governanti impotenti si svegliano
riprendendo il loro gioco obbligato:
chi può liberarli adesso,
chi può arrivare ai sordi,
chi può parlare per i muti?

Tutto quello che ho è una voce
per svelare la bugia nascosta,
la bugia romantica ch’è nel cervello
del sensuale uomo della strada
e la bugia dell’Autorità
i cui edifici frugano il cielo:
non c’è una cosa chiamata Stato
e nessuno esiste da solo;
la fame non lascia scelta
al cittadino nè alla polizia;
dobbiamo amarci l’un l’altro o morire.
Senza difesa il nostro mondo
giace sotto la notte attonito;
eppure, accesi ovunque,
ironici punti di luce
lampeggiano là dove i Giusti
si scambiano i loro messaggi:
oh, che io possa, composto come loro
d’Eros e di polvere,
assediato dalla medesima
negazione e disperazione,
mostrare una fiamma affermativa.







La Volpe e il Sipario”



Alda Merini




La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.

Ospite
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IL FESTIVAL DELLA SCRITTURA [10 GIUGNO-18 GIUGNO 2010] - Pagina 4 Empty Re: IL FESTIVAL DELLA SCRITTURA [10 GIUGNO-18 GIUGNO 2010]

Messaggio Da Ospite il Ven 18 Giu 2010, 15:52

Ho deciso ora di pubblicare i miei ringraziamenti perchè voglio che a chiudere in maniera assoluta questo festival sia Fear of the dark e solo lei. Quindi per questo motivo, per valorizzare il suo scritto, ho deciso ora di dire Grazie.

GRAZIE


Grazie veramente a tutti coloro che hanno partecipato, a coloro che hanno deciso di condividere con noi i loro scritti e le loro piccole e grandi opere: grazie ad Alux, per essere stata così disponibile e così cortese nel condividere con noi 2 suoi scritti. Il racconto della Nonna è il brano che ho deciso che iniziasse questo festival perchè mi sembrava di un'intimità dissacrante. Volevo che il Festival si aprisse con buoni sentimenti e con lo spirito di un sacrificio che sia volontà di dare del bene, ed è quello che avete fatto tutti voi. La tua poesia è uno spaccato della realtà che mi ha deliziato; grazie a Killer73 per essersi cosi tanto esposto, non lo avrei mai pensato, ho profonda stima di te e questo tu lo sai (a prescindere dalla tua partecipazione al festival); grazie a Lucy Gordon che è stata stupefacente con la sua sceneggiatura e credo sia giusto che tu apra un thread in cui continuare a rappresentare al meglio la tua arte; grazie a Cantastorie che ha realizzato un elaborato che mi ha colpito dalla apertura fino all'ultima parola, è stato anche il tuo uno spaccato di realtà che ha permesso al forum di avere la rappresentazioni di tanti emozioni reali e non astratte e non trascendentali; grazie a Fear of the dark, una grande forumista che apprezzo al di là di tutto ciò che ha fatto per questo thread, chiudo con te come segno di vero e reale affetto.

Grazie a chiunque a partecipato a commentare, a leggere, a scorrere anche velocemente alle tante cose che sono state qui pubblicate.

Mi dispiaccio se ci sono stati intoppi nell'organizzazione, ma credo che questo sia un primo passo verso un'esperienza nel mondo della scrittura che ci accompagnerà ancora.

Grazie alla scrittura, al prossimo festival.

Ospite
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Messaggio Da Ospite il Ven 18 Giu 2010, 20:10

“Utopia”


Fear of the dark


Era un giorno di Maggio e a nessuno sembrava importare. Non importava al ciliegio quasi in fiore, al ragazzo e al suo primo amore, al ladro col suo primo bottino, al padre senza un lavoro, alla madre depressa, a quella donna perplessa. Tutti camminavano, fermi a Maggio. Poi c’era Gino, così completo, forse solo a lui sarebbe importato di Maggio o almeno così pensava Rino. Era un pomeriggio afoso, di quelli che pare Luglio, che non vedi l’ora che venga la sera, che prima o poi pioverà, si spera. Ad un angolo di una strada assolata, nella casa bianca dal tetto rosso, ecco Rino, possedeva con rabbia Luigia, mentre questa pensava a Lulù, quella gatta malaticcia che era l’unica cosa per cui valesse veramente la pena farsi possedere da uno come Rino. Nel letto scompigliato lui le toccava un seno: era sodo, era quasi perfetto… Ma infondo cos’era la perfezione? Rino pensò che nella sua vita poche cose fossero state davvero perfette. Era stato perfetto suo padre, che non aveva mai avuto bisogno di dir niente, mai il bisogno di un amico, suo padre che un bel giorno di Settembre volò giù dal balcone ,quasi per caso, quasi. Era stata perfetta Polly, la sua cagna che un bel giorno decise di andar via e di non tornare più, mai più. Pensò allora se fosse giusto che la perfezione cessasse d’essere , così, tutto ad un tratto … probabilmente la perfezione non esisteva affatto, eppure Gino c’era… Ma infondo il seno di Luigia sarebbe invecchiato con lei e il suo viso delicato si sarebbe riempito di rughe. Del resto non invecchiare sarebbe significato essere morti prima o, nella peggiore delle ipotesi, non essere nati affatto. Non c’era niente di perfetto nell’arrendersi al tempo … Sospirò. A quel punto sentì distintamente un orologio ticchettare, si accorse che il suo cuore stava battendo fuori tempo, era insopportabile : tic-tac-tum-tic-tac-tum-tic-tac … Ma ad un tratto il fumo della sigaretta di Luigia gli passò sotto il naso, facendolo rinvenire dall’ossessione dell’incedere del tempo. Odiava quell’odore, ma odiava di più contare le ore, anzi odiava più Luigia, da cui era completamente dipendente. Luigia da par suo era dipendente da tutto ciò che Rino odiava: le sigarette e i soldi, soprattutto quelli di Rino. Spenta la sigaretta, la donna si rivestì velocemente e lasciò la stanza sbattendo la porta, lo faceva sempre, era il suo modo per ribadire che il tempo era scaduto. Rino restava lì a guardare la porta e ad odiare il tempo ancora un po’, ancora una volta, soprattutto il tempo di Luigia. Si rivestì e lasciò i soldi sul comodino, come faceva tutte le volte. Era convinto che non ci fosse niente di più rassicurante del sapere sempre cosa verrà dopo a ciò che è stato prima e poco importa se il prima e il dopo si somigliano sempre troppo. Intanto Gino, come tutti i giorni da non si sa quanti anni guardava la strada e la strada gli faceva compagnia. La sua ombra si faceva sempre più grande e Rino, appena uscito dalla casa bianca, la calpestò. Guardò Gino, ne aveva timore, un timore reverenziale. Gino era solido, alto e saggio. Gino aveva la perfezione di chi pareva non doversi arrendere al tempo. Allora, pensò Rino soddisfatto, la perfezione esiste! Infondo che senso avrebbe avuto inventare una parola per una cosa inesistente? Le parole servono alle cose. Nascono le cose e poi i loro nomi. Se una cosa era ,doveva essere chiamata,ma se una cosa non era non poteva essere nella mente e nelle parole. Qualcosa, però, in questo ragionamento non filava. Rino scosse la testa e continuò a camminare perplesso. All’improvviso gli balzò in mente una strana parola : utopia. Forse la aveva detta Gino … Utopia … Il non luogo, qualcosa di irrealizzabile,qualcosa che non c’è e non ci sarà. Perché allora una cosa che non c’era aveva un nome? Forse tutte le cose senza nome avrebbero potuto essere utopia. E così anche le cose che non sono ad un certo punto cominciano ad essere. O forse l’utopia è il limite massimo tra l’esistere e il non esistere. Rino era scosso, non riusciva a chiudere, non c’era soluzione. Forse tra l’esistere e il non esistere c’era una quasi esistenza, una quasi vita, qualcosa senza forma se non nella mente di alcuni, probabilmente anche nella sua. Era sempre più scosso , sempre più inquieto,quando i suoi pensieri vennero interrotti da un lamento. Si accorse che sul ciglio della strada c’era una ragazza. Bionda, riccia e in carne. Quasi bella, ma triste. Aveva gli occhi gonfi di lacrime e non la smetteva di singhiozzare. Rino cominciò a sudare, non sopportava la tristezza, la fuggiva ad ogni occasione, ma decise ( o così gli pareva) di rimanere in mezzo a quella strada , a metà tra l’incanto e il terrore. Decise di avvicinarsi,scrutò la ragazza l’ennesima volta e si sedette accanto a lei senza dire una parola. La ragazza gli lanciò qualche occhiata, tra un singhiozzo e l’altro, quasi a sfidare la sua resistenza. Di punto in bianco si voltò con decisione verso Rino e finalmente parlò: “ Che senso ha vivere sapendo di dover morire? Esistere sapendo di dover smettere?” Rino restò in silenzio, spiazzato. Non aveva una risposta … Era giunta la sera e qualche stella si scorgeva già nel cielo limpido . La ragazza riprese a parlare : “La vedi quella stella? Per quel che ne sappiamo potrebbe essere già morta, già estinta. E noi siamo qui, a parlare sotto di lei, a baciarci sotto di lei, a ridere e a piangere sotto la sua luce. E’ un trucco del tempo. E’ un inganno! La nostra vita è un inganno!”. Rino, però, non voleva essere così tragico, o meglio non poteva. Pensava che fosse bastata una cosa nel per sempre a dare un senso a tutto, a tutti. La perfezione, pensò, sarebbe esistita per sempre e con essa tutto ciò che si fosse giovato della sua aura. Ma lui si sentiva così imperfetto, non sarebbe resistito al tempo, si sarebbe consumato e svanito nel nulla … Eppure c’era Gino, l’unica cosa vicina alla perfezione, Gino sarebbe sopravvissuto e lui in qualche modo lo conosceva, ne faceva parte. Gli venne un’idea. Si alzò con decisione e disse : “ Vieni, conosco il modo per resistere al tempo, per ri-esistere”. Si incamminarono. Arrivarono in poco tempo. Era lì, maestosa sulla strada, una quercia secolare , dal fusto imponente e dalle foglie larghe e verdi. Cristina, la ragazza bionda, e Rino rimasero a lungo sotto i suoi rami, a guardarla con ammirazione. Sul tronco un’incisione : “Gino: qui per sempre”. Rino tirò fuori dalla tasca un coltellino e incise i loro nomi. Forse sarebbero sopravvissuti. Una brezza leggera scosse le foglie di quell’albero che ora appariva nuovo: “Gino: qui per sempre. Rino. Cristina.” Più in basso ,sulla sinistra,un’altra parola poteva leggersi : “Utopia”.

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Messaggio Da Ospite il Lun 21 Giu 2010, 22:02

Grazie a tutti per i complimenti.........di cuore. ( faccina commossa)

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Messaggio Da Ospite il Lun 21 Giu 2010, 22:06

Giops ha scritto:
Burka”




Alux







Sono invisibile.
Cammino fra la gente, ma nessuno mi vede.
Sono muta. Urlo nel silenzio, ma nessuno mi ascolta.
Il mio corpo si nasconde fra mille.
Non sono io invisibile, siamo tutte invisibili.
Non siamo tutte invisibili, siamo tutti ciechi.
Nessuno si accorge di noi, eppure ci siamo.
Sotto questo velo piangiamo.
Sotto questo velo soffriamo.
Sotto questo velo abbiamo paura.
Sotto questo velo speriamo.
Sotto questo velo sogniamo.
Sotto questo velo abbiamo le ali.
Quelle non potranno tagliarle.
Un giorno urleremo, tutte, nello stesso istante.
E allora guarderemo il sole e tutte insieme spiccheremo il volo.






Stavo leggendo la tua poesia Alux.....................c' era un collegamento in quello che hai scritto, ma non riuscivo a capire cosa. Poi mi è venuto in mente.

Ecco di cosa parlava Malika nella canzone..................della stessa cosa.


Non pensate?








Me ne accorgo così
Da un sospiro a colazione
Non mi piace sia tu
Il centro di me
Niente mi porterò
Solo vento tra le mani
Più leggera sarò
Sospesa
Sorriderò prima di andare
Basterà un soffio e sparirò
Forse sarà pericoloso
Forse sarà la libertà
Mi guarderai e vedrai una
Eppure non sarò sola
Una novità sarà
E mi porterà
A non fermarmi mai
Non voltarmi mai
Non pentirmi mai
Solo il cielo avrò sopra di me
Solo il cielo avrò sopra di me
Ricomincio da qui
Da un'effimera illusione
Mi risveglio e ci sei
Ancora tu

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Messaggio Da Alux il Lun 21 Giu 2010, 22:11

Sai che non ci avevo fatto caso... Potrebbe essere; sai chi ha scritto il testo?
Alux
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Messaggio Da Ospite il Lun 21 Giu 2010, 22:24

@alux ha scritto:Sai che non ci avevo fatto caso... Potrebbe essere; sai chi ha scritto il testo?



Lo ha scritto lei con l' aiuto di Pacifico. Chi meglio dilei potrebbe parlare di questo.

leggi le parti evidenziate.


Me ne accorgo così
Da un sospiro a colazione
Non mi piace sia tu
Il centro di me
Niente mi porterò
Solo vento tra le mani
Più leggera sarò
Sospesa
Sorriderò prima di andare
Basterà un soffio e sparirò
Forse sarà pericoloso
Forse sarà la libertà
Mi guarderai e vedrai una
Eppure non sarò sola
Una novità sarà
E mi porterà
A non fermarmi mai
Non voltarmi mai
Non pentirmi mai
Solo il cielo avrò sopra di me
Solo il cielo avrò sopra di me
Ricomincio da qui
Da un'effimera illusione
Mi risveglio e ci sei
Ancora tu
Qui

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Messaggio Da Ospite il Gio 08 Lug 2010, 23:51

Buonasera sono io. IL FESTIVAL DELLA SCRITTURA [10 GIUGNO-18 GIUGNO 2010] - Pagina 4 905948


Nel forum di là ho postato i tre capitoli del mio "fotoromanzo" , questa volta corretti e completi.....mancherebbe il quarto ed ultimo capitolo.
Se volete, ognuno può scrivere il suo finale. Ricchi premi e cottillones. Per evitare sguardi estranei è nella sezione riservata ai soli utenti. Scusate l' intrusione mi sto facendo un pò di autopromozione IL FESTIVAL DELLA SCRITTURA [10 GIUGNO-18 GIUGNO 2010] - Pagina 4 516693 .

Spero che ha qualcuno interessi IL FESTIVAL DELLA SCRITTURA [10 GIUGNO-18 GIUGNO 2010] - Pagina 4 138594 .

http://xfactor.the-talk.net/shhhhht-f14/il-fotoromanzo-del-forum-t1704.htm

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